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Sono separato da più di due anni, dal 7 dicembre 2008.
Ogni giorno che passa contribuisce a far crescere la sensazione di vuoto che vivo dentro di me, un accavallarsi di gesti, momenti, preoccupazioni, affrontati con metà delle energie. E’ un rincorrere non si sa che cosa. E’ un dolore profondo, lacerante, che scava un solco nell’anima.
Quando mi sono sposato non ho realizzato un sogno,ma solo una scelta che soddisfaceva i miei bisogni più profondi di uomo che vuole completarsi come persona. Realizzavo una dimensione di vita che faceva acquistare un gusto ed un sapore ad ogni momento della giornata.
Avevamo costruito io e mia moglie un rapporto basato soprattutto sul rispetto reciproco. Ci siamo amati guardando con fiducia al futuro.
Con il tempo sono nate e cresciute le due figlie e insieme a loro le preoccupazioni che sono diventate le vere padrone della nostra famiglia. La sensazione di non farcela ad arrivare alla fine del mese, accresceva le nostre paure. Le abbiamo vissute da soli, senza riuscire a condividerle.
Pian piano, abbiamo cominciato ad allontanarci facendoci intrappolare dalla chiusura io e dalla rabbia lei. Si è rivelato un percorso verso il fallimento del rapporto, che è arrivato puntuale dopo dodici anni di matrimonio. Non per scelta mia, anche se sono stato io ad abbandonare casa dopo l’ennesima sua scenata davanti alle nostre figlie, che allora avevano nove e sei anni. Non volevo più farle soffrire, ma soprattutto volevo tranquillizzare lei, sull’orlo di un esaurimento nervoso.
Aveva individuato in me l’unico responsabile della sua insoddisfazione ed ogni cosa diveniva motivo di conflitto, ricercando uno scontro sempre più “cruento”. Reagivo provando a ragionare. Poi chiudendomi per evitare rotture. Fino al punto che non c’era più tregua.
Eppure, nonostante questa situazione riuscivamo ad andare avanti, perché di fondo ci amavamo.
La crisi vera è scoppiata quando mia moglie ha perso ogni speranza di potere cambiare la situazione. Quando si è convinta di non riuscire a cambiarmi. E’ stato allora che ha cominciato a frequentare altre amiche che condividevano il fallimento del loro matrimonio e confrontandosi con loro ha cominciato a dare una prospettiva “moderna” al conflitto, vedendo all’orizzonte anche la possibilità di separarci, che fino ad allora aveva del tutto escluso.
Da quel momento, non ho più fatto parte della sua vita.
Quando mi sono ritrovato solo, ho vissuto un grande sbandamento. Ho perso ogni certezza e soprattutto facevo fatica ad accettare una situazione nuova che non avevo scelto, ma solo subito.
Mi sentivo impazzire pensando che la mia vita avrebbe subito un cambiamento radicale. Non potevo più condividere le mie giornate con mia moglie e le mie figlie. Oltre a non essere più sposo, non potevo più continuare ad essere padre. Dovevo continuare ad essere solo un genitore.
Eppure con le mie figlie, soprattutto con la prima, ho avuto un rapporto molto intenso sin dal momento della sua nascita, avvenuta durante un’altra svolta della mia vita: l’interruzione del mio impegno in un’associazione di volontariato, nella quale ho investito le mie energie per quindici anni, con l’orgoglio e la gioia di chi contribuisce a costruire “speranza”.
Avendo lasciato quello che era anche il mio lavoro, restavo a casa per accudirla e lo facevo con profonda gratitudine per avere avuto una possibilità del tutto inconsueta per un uomo, anche se era veramente duro dovere pensare che bisognava ricominciare da zero.
Nel frattempo gravava completamente su mia moglie il peso della famiglia. Anche lei era costretta a barcamenarsi svolgendo lavori che dopo un po’ era costretta ad interrompere.
Quando è nata la seconda, invece, le incertezze erano cresciute e questo fatto non mi aveva consentito di godere di quell’evento. Soprattutto perché fortemente voluto da mia moglie, che ha insistito nonostante sapesse che non mi sentivo pronto a vivere questa nuova responsabilità, vista la condizione nella quale ci trovavamo.
Una condizione di precari che ci ha accompagnati per tutti gli anni del nostro rapporto, a rincorrere una stabilità che non riuscivamo a raggiungere.
Siamo stati costretti a costruirci un percorso lavorativo, in un contesto economico molto difficile. Rimboccandoci sempre le maniche e affrontando ogni giorno con dignità. Assicurazioni, formazione professionale, libera professione di avvocato, io; impiego in aziende e insegnamento lei. Nonostante tutto, miracolosamente siamo riusciti a non avere debiti, conducendo una vita quotidiana fatta di sacrifici e di rinunce che mi pesavano certo, anche se riuscivo a conviverci seguendo la logica di volere ciò che è possibile. Non lo stesso valeva per lei, che piano piano è entrata nel vortice di quello che gli altri realizzano in più. Fino alla rottura.
Non sapevo che pesci prendere, quando sono andato via di casa. Vedevo solo buio dinanzi a me, ma non volevo arrendermi.
E’ cominciato un percorso interiore attraverso la lettura di libri che mi spingevano a guardare in positivo. La legge di attrazione, Il segreto e così via mi aiutavano a non lasciarmi andare, a guardare con occhi nuovi quello che mi stava accadendo.
Fino al giorno in cui mia moglie mi consegna un libro che le avevano dato in parrocchia “ I cinque linguaggi dell’amore”. “Leggilo che a me non interessa “– mi disse. E così ho fatto.
Ho ritrovato su quelle pagine, quello che avevo custodito dentro di me per tanto tempo. Una visione del rapporto coniugale che ho sentito mia sin dalla prima pagina. Con una unica eccezione: la scoperta che l’amore vero non dipende dai sentimenti, ma da una scelta razionale e consapevole. Incondizionata. Senza aspettarsi nulla in cambio.
Erano proprio le parole che avrei voluto leggere e che mi costringevano ad interrogarmi in quella situazione dolorosa. Ho mai amato mia moglie?
Ho sentito il bisogno di saperne di più.
Ho letto La sfida dell’amore e mi ha coinvolto. Ho anche visto il film, Fireproof. Navigando sono giunto a retrouvaille. Non avevo più dubbi. Sembrava un percorso che portava in una unica direzione: anche da separato potevo scegliere di restare accanto alla mia famiglia, mia moglie compresa, nonostante le sue scelte, indipendentemente. Con convinzione. Con fiducia. Con speranza.
Ho voluto raccogliere la sfida dell’amore.
Ho cercato di dare segnali concreti di partecipazione e di coinvolgimento. Ho mantenuto i contatti con lei con telefonate, messaggi, salendo a casa quando accompagnavo le mie figlie. Incontrando insieme a lei i professori, dedicando tutto il tempo libero alle figlie, contribuendo economicamente secondo le possibilità, al di là del giudice. Non ho cambiato formalmente domicilio, né ho voluto che le utenze fossero intestate a lei. Ho continuato a mantenere il conto corrente cointestato. Tutte le volte che è stato necessario, ho contribuito economicamente anche per esigenze sue personali. Senza problemi, superando la logica dei diritti e dei doveri. Cercando di superare le difficoltà della quotidianità secondo le possibilità concrete, in uno spirito di condivisione. Vivendo le cose non fatte non come rinunce ma come scelte consapevoli. Uno stile di vita sobrio.
Nel frattempo il rapporto con mia moglie diventava più sereno, sia pure tra alti e bassi.
Durante le feste stavamo tutti insieme a casa dei suoceri, con i quali non ho mai interrotto il rapporto.
Le mie figlie le ho incontrate regolarmente,senza problemi. Il giorno in cui sono andato via ho parlato con loro e le ho spiegato che cosa stava accadendo, senza ipocrisie. Sono cresciute abbastanza serenamente, anche grazie all’impegno di mia moglie. Non voglio con questo dire che non abbiano sofferto, soprattutto quando vedevano me inquieto, ma semplicemente che sono riuscite a trovare un equilibrio che non ha prodotto conseguenze spiacevoli.
Il giorno della udienza di separazione, consensuale, lo dedicai completamente a mia moglie. Siamo stati insieme per tutta la mattinata ed abbiamo discusso a lungo. “Devi stare serena, io voglio starti accanto, al di là degli accordi che abbiamo sottoscritto davanti al giudice”. Abbiamo stabilito che avrei semplicemente ceduto alle figlie la quota del nostro appartamento impegnandomi a pagare solo la metà del mutuo sino alla scadenza. Niente altro, in virtù del fatto che mi aveva sempre rinfacciato che la famiglia era andata avanti solo con il suo lavoro. Un modo per portare alle estreme conseguenze il suo ragionamento e di porre freno alle accuse che mi rivolgeva continuamente. Nel corso di quella mattinata le ho spiegato che cosa volevo veramente. Non pensavo che un foglio di carta potesse decidere la nostra vita. Le spiegai ” Da questo momento possiamo costruire un nuovo rapporto. Per le esigenze della famiglia, è disponibile tutto quello che guadagno . Ti chiedo solo di scegliere insieme”. Speravo che in questo modo poteva concretamente iniziare un rapporto autentico tra persone. L’ho vista contenta di quelle parole, ma soprattutto del tempo che ci eravamo dedicati.
Credevo che eravamo riusciti a trovare un nuovo equilibrio che potesse aiutarci ad andare avanti serenamente. L’ho sperato almeno.
Invece, mia moglie ha continuato per la sua strada, sapendo che nonostante tutto mi aveva al suo fianco. Ha continuato così a comportarsi come sempre: richiedendo la mia presenza quando ne aveva bisogno e rifiutandola aspramente quando voleva la sua indipendenza. Rimproverandomi quando secondo lei non mi interessavo di niente e ponendo davanti un muro quando mi coinvolgevo. Un’altalena di comportamenti che non hanno contribuito a dare una svolta al nostro rapporto, non riconoscendomi di fatto niente di quello che facevo per la famiglia. Sempre troppo poco e non al momento giusto.
Fino all’ultima volta. Un pomeriggio in cui mi preoccupai di andare a prendere le mie figlie dai miei suoceri per accompagnarle a casa e farle studiare e permettere a lei di lavorare tranquillamente a scuola.
Per farlo, mi ero organizzato per potere comunque continuare a lavorare anche io, portandomi a casa computer e documenti di cui avevo bisogno. Risultato? Al suo arrivo furiosamente mi ha fatto capire di andare via, perché non dovevo invadere casa,lo spazio in cui vive e lavora.
Una umiliazione senza spiegazioni. Ma come se non bastasse, qualche giorno dopo, come se nulla fosse accaduto, mi ha mandato un messaggio chiedendomi di andare a prendere contatto con un ristorante per la prima comunione della seconda figlia. Una assoluta mancanza di rispetto nei miei confronti che mi ha fatto soffrire molto.
Da allora non abbiamo più alcun contatto, neanche telefonico. Non solo per la rabbia vissuta, ma anche per dire basta a questo modo di relazionarci.
E’ stato allora che il vuoto è comparso in tutta la sua dimensione. Con contorni chiari, definiti. E’ tutto troppo chiaro, ma maledettamente confuso nello stesso tempo. La scelta compiuta qualche mese prima, ha cominciato a vacillare: come si può continuare ad amare chi ti respinge continuamente ed incondizionatamente?.
Naturalmente gli amici mi dicono di farmene una ragione e di cominciare a costruire nuovi rapporti affettivi, senza tenere conto che dal mio punto di vista non si tratta solo di accettare una interruzione di un rapporto, ma di cancellare le mie convinzioni più profonde. Quando mi sono sposato ho scelto di costruire la mia famiglia, e di essere accanto a mia moglie nel bene e nel male. L’idea di avere un’altra donna al mio fianco è fuori dalle mie aspirazioni, anche per il disagio che proverei nei confronti delle mie figlie.
Ho cominciato a pregare, anche se non sono mai stato un cattolico praticante, nonostante abbia sempre apprezzato il messaggio evangelico. Ho affidato al momento della giornata più difficile, quello nel letto vuoto, lo spazio in cui ricerco il significato della mia vita da separato. Non è così facile capire che cosa mi aspetta. Prevale una sensazione di vuoto ed un bisogno di riempirlo con un nuovo equilibrio.
In che modo continuo ad essere marito e padre?
L’amore incondizionato va vissuto anche al costo di accettare la mancanza di rispetto come uomo? Significa essere sempre pronti a stare al fianco della propria compagna o anche assumere una posizione ferma, fino alla chiusura del rapporto, per scuoterla ed invitarla a riflettere?
In che modo posso cambiare, per costruire un rapporto che sia fonte di vita per tutta la famiglia?
Ho tenuto conto di quello che suggerivano le letture dei libri “ I cinque linguaggi dell’amore” e La Sfida dell’amore”, ma ho trovato molte difficoltà a metterli in pratica stando lontano da casa e con un rapporto limitato ad alcune occasioni della settimana.
Eppure non riesco ad arrendermi.
Riconosco le mie debolezze ed incapacità a guardare avanti con fiducia. Continuo a sperare che possa accadere qualcosa, anche se in questi due anni non c’è mai stato un cedimento, un segnale di disponibilità nei miei confronti.
A volte mi chiedo se questa tenacia non sia da persona folle, incapace di guardare in faccia la realtà che vive. E che io abbia la responsabilità di tutelarmi, per non farmi del male. Può darsi. Ma sono anche convinto che il serbatoio di quello che avevamo costruito insieme, conservi preziose risorse che sono state nascoste da anni di difficile comunicazione tra di noi. Che comunque continuino ad avere il loro peso. Perché nonostante i continui rifiuti, mia moglie sa di avere comunque a fianco una persona che la ama e che a modo suo prova a costruire qualcosa di utile anche per lei. E’ sicura delle mie scelte e delle mie convinzioni. Dentro di lei sa che le accuse che mi rivolge non possono essere il fondamento di una rottura. Soprattutto percepisco che comunque non ha trovato la felicità che cercava, stando da sola.
Faccio fatica a creare un nuovo canale di comunicazione con lei, che non dipenda dai suoi umori. Se solo riuscissimo a incontrarci come persone, prima ancora che come marito e moglie, potremmo avviare un dialogo profondo, anche senza riconsiderare la scelta di vivere lontani. Potrebbe essere un modo per tenere conto di un disagio comune, che potrebbe portarci verso nuovi orizzonti di vita. Sarebbe la possibilità di metterci in cammino ricominciando a guardare nella stessa direzione. Insieme, non importa in quale posto continueremmo a vivere.
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