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Muta il mio dolore in danza (1 in linea) (1) Visitatore
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Discussione: Muta il mio dolore in danza
#3452
Nanni (Utente)
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graphgraph
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Muta il mio dolore in danza 6 Mesi fa  
Muta il mio dolore in danza è il titolo di uno dei molti libri che ho letto in questo periodo di ricerca. Quando riuscirò, ne posterò qualche brano, ma siccome devo trascriverli ci vorrà un po' di tempo. Ora ho trovato questo estratto dalla lettera Apostolica "Salvifici Doloris" con cui Giovanni Paolo II, ci aiuta a meditare sul senso cristiano della sofferenza nel mondo, giungendo a tre conclusioni a cominciare dal Libro di Giobbe:

"LA SOFFERENZA E' CASTIGO DEL PECCATO
Dio è giudice giusto che premia il bene e castiga il male ... La convinzione di coloro che spiegano la sofferenza come punizione del peccato trova il suo appoggio nell'ordine della giustizia e corrisponde all'opinione espressa da un amico di Giobbe: ""Per quanto ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie"" (Gb 4,8).
Le nostre angosce e sofferenze sono frutto del peccato. Non provengono da Dio (cfr. Rm 6,23). Dio non ha creato la morte (cfr. Sap 1,13).
LA SOFFERENZA HA CARATTERE DI PROVA
Alla fine Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un "innocente"; deve essere accettata come un mistero, che l'uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza. Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione. La Rivelazione pone con tutta franchezza il problema della sofferenza dell'uomo innocente: la sofferenza senza colpa.
Giobbe non è stato punito, non vi erano le basi per infliggergli una pena, anche se è stato sottoposto ad una durissima prova.
Dall'introduzione del libro risulta che Dio permise questa prova per provocazione di Satana, questi, infatti, aveva contestato davanti al Signore la giustizia di Giobbe:
""Forse che Giobbe teme Dio per nulla? .. Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto gli appartiene? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani, e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia"" (Gb 1,9-11). E se il Signore' acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrare la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova (Salvifici Doloris n. 11).
LA SOFFERENZA E' UNA CHIAMATA ALLA CONVERSIONE
Il Libro di Giobbe rivela in maniera acuta il "perché" della sofferenza: dimostra anche che questa raggiunge l'innocente, ma non offre la soluzione al problema.
Nell'Antico Testamento notiamo un orientamento che tende a superare l'idea che la sofferenza sia solo un castigo per il peccato commesso. Nella sofferenza del popolo eletto è presente un invito divino alla conversione: "io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di considerare che i castighi non vengono per la distruzione del nostro popolo (2Mac 6,12).
Così si afferma la dimensione della pena. Questa ha senso non solo perché serve a compensare lo stesso male con altro male, ma, soprattutto, perché crea la possibilità di ricostruire il bene nello stesso soggetto che soffre. Questo è un aspetto importantissimo della sofferenza nella Rivelazione dell'Antica e soprattutto della Nuova Alleanza. La sofferenza deve servire alla conversione, cioè alla ricostruzione del bene del soggetto, che può riconoscere la misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La penitenza ha come finalità quella di superare il male che sotto diverse forme è latente nell'uomo, e considerare il bene, tanto nell'uomo stesso come nella sua relazione con gli altri e soprattutto con Dio (Salvifici Doloris n. 12).

In ogni caso, quando la sofferenza viene permessa, ha come finalità la gloria di Dio, il proprio bene o quello di un' altra persona.

PER LA GLORIA DI DIO
In due brani del Vangelo dell'apostolo Giovanni si dice chiaramente che Dio permette le malattie e le sofferenze per la Sua gloria;
Rispose Gesù: ""né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio"" (Gv 9,3).
All'udire questo, Gesù disse: ""questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il figlio di Dio venga glorificato"" Gv 11,4).
PER IL NOSTRO BENE
La tradizione cattolica, ha sempre insegnato che Dio può permettere la malattia per il nostro profitto, la nostra purificazione o santificazione. Perciò ogni dolore che si offre a Dio, unendolo alla sofferenza di Cristo sulla croce, è strumento corredentore e gloria di Dio
L'apostolo Paolo parla di ""una spina nella carne ... ben tre volte ho pregato il Signore che l' allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ti basta la mia grazia ... "" (2Cor 12,7-9).
S. Paolo chiese a Dio che gli togliesse questa sofferenza, ma sembra che il Signore non l'avesse esaudito per il bene spirituale dell'Apostolo.
PER IL BENE DEGLI ALTRI
Il più grande esempio di sofferenza per il bene altrui ce lo offre Gesù che patì e morì per la salvezza del mondo.
Un altro esempio potrebbe essere quello della malattia di Paolo, che gli permise di predicare il Vangelo ai Galati (cfr. Gal 4,13)."
 
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